9# Tombe e umanità

La storia del continente europeo dalla preistoria a oggi

9# Tombe e umanità

morte-lutto

(Se invece di leggere preferisci ascoltare vai in fondo alla pagina!)

Attenzione! Questa è una puntata filosofica: prima di parlare dei resti fossili di tombe dei Neanderthal voglio fare con voi una riflessione.

 

Cosa ci rende umani?

Quali sono quelle caratteristiche, tanto particolari e quasi miracolose, che ci rendono umani?
Cosa ci rende, secondo secoli di filosofia e decine di religioni, più elevati, più celesti, insomma, diciamocelo, quasi magici?
Cosa ci rende unici? E cosa, alla fin fine, ci differenzia dagli altri animali non umani, da quegli esseri che nel parlato comune definiamo “animali”, con una punta di disprezzo, dimenticandoci che animali siamo anche noi?!

Sono tante le risposte a queste domande.

Il linguaggio vocalizzato, quindi espresso emettendo suoni..?
.. ma esistono migliaia di linguaggi non sonori, da quelli gestuali a quelli basati sugli odori..

La scrittura..?
.. ma nella preistoria, per millenni, migliaia di uomini e donne geneticamente uguali a noi non hanno scritto una sola sillaba: la scrittura nasce quando nasce la storia, molto tempo dopo l’apparizione dei primi sapiens.

L’abilità di costruire ripari e altro..?
.. ma non sono pochi gli animali non umani a costruire sia ripari che altre strutture! E alcune di queste strutture sono apparentemente inutili, hanno uno scopo puramente decorativo: si pensi a quegli uccelli maschi che costruiscono piccoli baldacchini per esporre il loro bottino, piccoli oggetti colorati, come fiori o bottoni, allo scopo di attrarre le femmine! Inoltre abbiamo visto che anche gli homo erectus costruivano ripari.

Secondo molti filosofi è il pensiero che ci rende umani.

Attenzione, alcuni travisano questa affermazione: non intendo l’abilità di pensare, il “parlare tra noi”, il riflettere, il ragionamento, diciamo, elementare (che poi spesso proprio elementare non è!).

Questo lo fanno tutti gli animali: guardate un gatto mentre studia la preda e individua il momento esatto per saltarle addosso, il cane che insegue la palla e collega l’odore all’oggetto cercato, il primate che analizza gli oggetti presenti per aprire una scatola e prendere il premio o il corvo che, dopo aver a lungo osservato le auto, lascia cadere le noci o le conchiglie troppo dure sull’asfalto della strada perché vengano schiacciate dalle auto in corsa.. e va a mangiarne il contenuto solo quando il semaforo è rosso e le auto sono ferme!

La teoria che vede gli animali non umani come mere macchine che rispondono a stimoli elettrici è superata da almeno un secolo (e anche prima non era condivisa da tutti!), messa in cantina insieme alle teorie di inferiorità della donna o a quella fantasiosa che supponeva i bambini umani nascere tabula rasa, ossia tutti uguali e privi di qualsivoglia eredità genetica (perché sì, il comportamento umano, come quello di tutti gli altri animali, ha basi genetiche!).

Comunque.. tornando a noi..

 

Cosa c’è dopo la morte?

Cosa ci renderebbe umani differenziandoci da tutti gli altri?
Il pensiero dell’esistenza, la concezione dell’esistere nel mondo, quell’idea astratta che sviluppiamo nel corso dell’adolescenza e che i bambini più piccoli non hanno ancora del tutto.
Secondo alcune correnti filosofiche oggi più in voga è questo che ci rende umani.

E qual’è la base, la base primordiale di tutto questo?

La concezione della morte e, soprattutto, il riflettere sulla morte, il domandarsi cosa vi sia dopo.. che poi è la pietra angolare su cui si basa la triade delle domande esistenziali: Chi sono? Da dove vengo? Dove vado?

Ma se la concezione della morte e il domandarsi cosa ci sia dopo è la chiave di volta della nascita dell’umanità, intesa come essenza dell’essere umano, come possiamo misurarla, come la identifichiamo e come possiamo piantare una bandierina simbolica al suo inizio nello scorrere del tempo?

Secondo la maggior parte degli studiosi lo possiamo fare cercando la celebrazione del cordoglio o, perlomeno, delle prove della sua presenza, ossia le tombe.

Quindi l’apparizione di riti funebri e di tombe sarebbero la prova provata della nascita dell’umanità. Della nostra nascita.

E i Neanderthal sono i primi ominidi che seppelliscono i propri morti.. almeno di cui, ad oggi, si abbia traccia fossile della presenza di sepolture: quindi, seguendo la logica sovra esposta, con loro nasce l’umanità intesa come pensiero umano.

 

I Neanderthal sono i primi a seppellire i morti?

Prima di parlare dei riti funebri Neanderthal, a cui dedicherò la prossima puntata, ci tengo però a fare un paio di precisazioni.

È verissimo che non si hanno prove fossili di sepolture precedenti a quelle dei Neanderthal.. ma va anche detto che potrebbe essere semplicemente che le tombe più antiche non siano giunte fino a noi!

Noi diamo molte cose per scontate: pensando alla morte e al lutto ci immaginiamo subito ordinati cimiteri in cui i morti sono seppelliti nella terra (anche se, nella realtà, i nostri morti riposano più spesso in bare poste in loculi in pietra..).. ma in molte culture, molte delle quali vive e vitali tutt’oggi, i morti vengono cremati e le ceneri disperse!
I complessi riti funebri induisti o buddisti che prevedono la cremazione del cadavere non sono meno spirituali dei riti occidentali, né la loro filosofia o religione meno articolata o più primitiva: si tratta semplicemente di abitudini culturali diverse, sviluppatisi in luoghi e contesti storici diversi.

Il lutto e i relativi riti funebri sono infatti molto diversi da cultura a cultura.

Alcune tribù di indiani d’America esponevano i propri morti su baldacchini perché venissero mangiati dagli avvoltoi, moltissime popolazioni hanno praticato l’imbalsamazione dei cadaveri per millenni, altri seppellivano i morti in mare.

Ci sono state società nella storia che dedicavano un tempo lunghissimo al lutto (nell’ordine degli anni) ma pochi istanti per disfarsi del cadavere, altre che cercavano di preservare il più a lungo possibile i corpi dopo la morte ma prevedevano un tempo dedicato al cordoglio ridottissimo (poche ore).

Quando leggo giudizi sbrigativi sui riti funebri altrui, o sul lutto e la sofferenza per i defunti nelle varie culture, penso sempre agli antichi egizi con il loro ricchissimo mondo ultraterreno e le loro complesse pratiche funebri: loro ci considererebbero dei barbari ignoranti e culturalmente arretrati, esseri aridi incapaci di provare amore per i propri cari, oltre che ciechi e sordi alla spiritualità.

A questo punto ci tengo a fare un’ulteriore precisazione.

 

Cosa si prova ad essere un Neanderthal?

Io non sono affatto d’accordo sulla visione filosofica su cui si basa tutto il ragionamento precedentemente esposto secondo cui la concezione e il dolore per la morte dei nostri simili a definirci umani: secondo me una cosa sono le tombe e i riti funebri e una cosa è il cordoglio e il lutto o la paura della morte.

Certamente i riti funebri e le tombe sono testimonianza di un’intelligenza e una cultura sviluppate.. su questo non ci piove!
Ma la loro assenza non è assolutamente la dimostrazione dell’assenza della dolore per la morte di un proprio simile, del sentimento del lutto o della paura della morte.

Partiamo dalla paura della morte.

Tutti gli animali non umani sono perfettamente in grado di temere la morte come noi, in fondo è alla base della sopravvivenza delle specie!
Di questo se ne può rendere conto chiunque.
Pensate a quando provate a schiacciare uno scarafaggio e quello scappa e cerca di nascondersi negli angolini bui rannicchiandosi: quella è paura, paura di morire.. d’altronde cosa provereste voi se un gigante grande come una montagna vi inseguisse allo scopo di schiacciarvi! (tra l’altro dal punto di vista dello scarafaggio noi siamo degli esseri sadici e crudeli: li uccidiamo senza apparente motivo dato che non li mangiamo.. ci avete mai pensato?!).

Per quanto riguarda il lutto..
Anche alcuni animali non umani esprimono in modo più o meno evidente il lutto e il dolore per la morte di altri individui. Tra i casi più noti e studiati vi sono i bisonti, i cani, diversi felini, gli elefanti, i primati, molti tipi di uccelli, ecc..

Gli animali appartenenti a specie monogame, ossia quelli che fanno coppia fissa tutta la vita, arrivano a lasciarsi morire quando il partner muore.
Le femmine di gorilla continuano a cullare e tentare di allattare il cadavere dei piccoli morti prematuramente per giorni prima di rassegnarsi (e non è raro che sostituiscano il piccolo morto con un orfano, anche un cucciolo di altre specie, trovato per caso).
Il lutto, il dolore della morte di un individuo vicino è la conseguenza negativa di una semplice strategia evolutiva per altro vincente: l’affetto e l’attaccamento verso un individuo specifico (partner o prole) sono vincenti per ovvie ragioni a livello evolutivo e quindi sono selezionate positivamente.
Non avere l’intelligenza per sviluppare un rito funebre o costruire una tomba non esclude la capacità di provare il dolore per la morte di un altro individuo.  

A parte tutto questo ricordo poi a tutti voi che probabilmente

non sapremo mai del tutto cosa passa nella testa di un animale appartenente ad una specie diversa dalla nostra!

Non abbiamo spesso neanche la più vaga idea di cosa passi nella testa del nostro partner (anche se crediamo di saperlo..), figuriamoci se possiamo capire cosa pensa e prova nel minimo dettaglio un cane, un delfino o un elefante.. o un Neanderthal o a un Homo erectus!

Possiamo intuirlo, possiamo certamente cogliere gli aspetti più evidenti ma averne una chiara visione al 100% no.
Forse non l’abbiamo neanche di noi stessi!

Nel notissimo articolo Che cosa si prova a essere un pipistrello? di Thomas Nagel (filosofo della mente), viene analizzato proprio questo concetto: la soggettività e l’oggettività.. ad esempio come l’esperienza fornisca materiale all’immaginazione e come questa possa essere quindi limitata a priori.. insomma, in soldoni, basandoci sulla nostra esperienza personale noi diamo davvero molte cose per scontate!

 

Gli ominidi pre-Neanderthal e la morte

Quindi, dopo tutto questo discorso, chiediamoci:

tutti gli ominidi vissuti prima dei Neanderthal, che non ci hanno lasciato tombe, erano degli esseri incapaci di provare sentimenti come il dolore per la morte di un proprio simile?

Direi di no.
O almeno non è ragionevole pensare che sia così.

Forse avevano complessissimi riti funebri che prevedevano l’abbandono del cadavere in luoghi che, casualmente, non permettevano la fossilizzazione.
Forse praticavano forme di cannibalismo rituale distruttive (ossia che prevedevano la distruzione delle ossa).
Forse una volta morto non riconoscevano più quel mucchietto di carne e ossa come un loro simile e lo gettavano come spazzatura, ma avevano un complesso sistema spirituale basato su altro (come riti funebri di gruppo).

O forse no.

Forse provavano un dolore acuto e lancinante come proviamo noi quando subiamo la perdita di una persona cara, ma semplicemente non lo esprimevano in riti o tombe per motivi che ci sfuggono.

Forse manifestavano il dolore come lo manifestano oggi i gorilla o i bisonti: in modo lungo e complesso, certo, ma che non lascia traccia, perché la loro intelligenza non è abbastanza sviluppata.

Non lo sapremo mai.

Ma non mi stupirei poi tanto se tra dieci o vent’anni o domani mattina qualche archeologo trovasse una tomba o una prova fossile di rito funebre erectus. Come dicevamo la fossilizzazione è un fenomeno raro: noi vediamo pochi spot di quello che è il lontano passato della preistoria.. chissà quanto ci sfugge!

 

Quindi quando nasce l’umanità?

A questo punto però c’è un problema!

Se le tombe non sono la sola ed imprescindibile dimostrazione del sentimento del lutto, se il lutto stesso non è una prerogativa esclusiva dell’essere umano.. dove piantiamo la nostra bandierina?

A che pagina della preistoria nasce l’essere l’umano?

E soprattutto, in definitiva.. che cosa si prova a essere un pipistrello? O, se preferite, che cosa si prova a essere un Neanderthal? E un erectus?

L’umanità moderna, intesa in senso filosofico, quando nasce? Inizia con il Neanderthal oppure dobbiamo aspettare il sapiens? O già con l’erectus fa la sua parziale comparsa nella storia?

Dopo decadi di studi, la risposta più corretta a queste domande è questa: “Boh”!

 

Ma ora veniamo al sodo e parliamo delle tombe dei Neanderthal..

 

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